• Apocaloso

Emburgo Pasquali D’oltre Molinari


Quell’idea con mio fratello, quella che ci avrebbe reso ricchi, non funzionò mai. Io l’avevo capito subito, ma non riuscivo a dirglielo. L’ho supportato senza timore, come se non avessi mai previsto quel disastro. Ma lo sapevo. Lo sapevo ed ero convinto che provarci fosse la cosa più giusta. Anche a noi serviva un sogno, e in quel periodo così delicato sembrava la cosa giusta dividerlo. Però quell’idea non poteva proprio funzionare. Non potevamo farcela.


Mamma ha chiesto se ho bisogno di soldi. Le ho detto che ho bisogno di soldi guadagnati da me, e che mi merito. Lei non capisce. Eppure sa in che situazione mi trovo ora, dopo che mio fratello odia perfino nominarmi. Sono stato respinto dall’unica persona che capiva veramente cosa stessi affrontando, perché pure lui c’era dentro fino al collo. Ma quanto è testarda lei. Credo che mi ascolti, ma non ci arriva.


Mi rendo conto che non riesco più a dare niente a nessuno, perché le uniche persone che mai vorrebbero qualcosa da me non ne hanno bisogno. E poi, forse forse, non ho davvero niente da dare. Sono svuotato. Sono una scatola di pennarelli a cui mancano i tappi, con le punte talmente scariche da lacerare il foglio. Senza rosso, senza blu, senza verde.


A guardare il soffitto ci si tiene compagnia meglio che con un film su Netflix. Spendi pure meno. E io mi chiedo se in quel soffitto ci sarà la mia epifania, quel risveglio che mi farà dire che se mi alzo e risolvo qualche bega, dalla più semplice alla più tediosa, forse tutto andrà bene.


Sto soffitto io l’osservo tutti i giorni. C’è una certa aspettativa nei suoi confronti. Comincio a pensare che la sua magia si manifesti quando si è ignari di questa possibilità. E infatti continuo a non avere nulla tra le mani. Sono qui, che guardo, che rimugino, che sento il mio respiro. Il mio cervello che si morde la coda, e da lì non ne usciamo noi due.


Oggi ho provato a piangere. Anche quello era patetico. Non lo so fare. Volevo che questo senso di abbandono e impotenza culminasse in un’invasione di lacrimoni salati sul viso. Invece niente. Io quelle lacrime me le sento dentro agli occhi. Ma non escono. Chissà dove sono. Forse hanno di meglio da fare.


Una notifica mi manda una scarica di dopamina: fCiao, ti devo dire una cosa!”. Era Francesca. Io pensavo fosse la Vodafone, ma per questa volta ho avuto una piccola sorpresa. Ho risposto subito, ma ho deciso immediatamente di autosabotare il mio entusiasmo. “E se adesso mi dice che si sposa?”, “Forse l’hanno presa per quel lavoro a Berlino”, “Aspetta un bimbo?”. Cose che sarebbero assolutamente meravigliose, ma che servirebbero solo a ricordarmi che sono circondato dal vuoto. Non riuscirei a gioire come dovrei di queste sue conquiste. Che c’è di bello nel vederti fiera, navigando sul tuo battello, mentre io t’osservo da un’isoletta dimenticata da Dio?

Mi scrive: “Non è che ti ricordi il nome di quel sito dove guardavamo i film in streaming?”. Ecco… un po’ meglio forse. La sua vita non decolla, ma un messaggio così insipido mi ricorda che la mia sta precipitando. Magari a Francesca va una passeggiata. Proviamo a chiederglielo. “Mi piacerebbe molto, ma devo uscire con un’amica!”. Lapidaria. Prevedibile. Mortale.


Ieri ho sentito la mia amica Simona. Mi ha detto che era preoccupata per il mio silenzio, e questa cosa l’ho trovata carinissima: mi ha fatto esistere. Lei dice che devo affrontare diversamente la vita, di andare oltre tutto quello che è successo e non piangermi addosso. Devo volermi bene e rimboccarmi le maniche, perché la vita è difficile per tutti. Questa cosa me l’aveva già detta quando è morto mio padre, quando Monica mi ha lasciato per un’altro, quando dopo che mi hanno investito ho dovuto smettere di giocare a basket, quando ho perso il lavoro per aver difeso una collega e quando mio fratello ha smesso di parlarmi e ho cominciato a perdere i capelli. Me lo dice ogni volta, e io ci casco sempre.


Io non so davvero più cosa inventarmi per trovare quel poco di spinta che mi porti a dire in maniera convincente che tutto sommato c’è chi sta peggio, e che io posso ancora fare qualcosa per sentirmi utile. Sto insistendo troppo con questa cosa della felicità, e più vado avanti più mi torturo. E pare debba pure vergognarmi di questo peso che mi trascino, perché sembra che io non mi possa lamentare, che c’è chi sta peggio e ciò che sto passando io è una sciocchezza.

Quante volte ho sentito le storie di gente di successo, tipo quell’Elon Musk. O anche qualche cantante, di quelli che fanno il biopic . Tutti ti dicono che erano depressi, che le loro vite sapevano meno del tofu, e che mai avrebbero potuto immaginare di arrivare così in alto, liberandosi da un’esistenza tremendamente ingiusta e insopportabile. E invece, guardateli ora: guardate questi ex brutti anatroccoli come sono diventati invidiatissimi cigni. Cosa dovrei pensare? Che anche io posso svoltare come loro? Non è che forse conosciamo solo le storie degli eroi, di chi poi inspiegabilmente ce l’ha fatta, e sappiamo molto poco di chi invece è nato fallito ed è rimasto fallito. E chissà se quelle storie sono più numerose di chi invece ha fatto jackpot. Ma d’altronde, chi vuole sapere dei falliti? Che cosa ci darebbe sapere di chi ha lottato e ha perso? Forse avremmo meno aspettative, e ci accontenteremo davvero di quel poco che abbiamo. Forse.

E con questo pensiero, tento di prender sonno. Che se tutto va bene arriverà anche stavolta alle 5 del mattino, perché ormai la prassi è questa. Non ce l’ho il tastino per spegnermi, e impedirmi d’infliggermi altro dolore. E quindi attendo che per qualche miracolo anche il cervello getti la spugna. Come un pugile si stuferebbe di riempirmi di botte perché ormai sto stramazzando al suolo. Gonfio di lividi.


Ho sognato che una mia compagna delle superiori mi prendeva per mano. Credo sia la persona che ho amato di più in vita mia, e lei non l’ha mai saputo. Erano 6 anni che non la vedevo, e forse che non la pensavo. Probabilmente rappresenta tutto ciò che vorrei da questo mondo, e il massimo che mi spetta è di tenerle la mano. Ma solo per finta. Quanto può essere ridicolo che mi sia bastato ciò per volare e accettare ancora un po’ di stare al mondo.

Questa beatitudine viene interrotta da un brusco frastuono. Un baccano maledetto che mi ha fatto balzare dal letto come se Putin avesse finalmente preso quella decisione là. Bussano alla mia porta, che in un orario normale mi avrebbe svoltato la giornata, ma con questa modalità mi aveva solo fatto salire la paura. Provare paura mi ha deluso. Ho capito che per quanto io stia male, per quanto a volte desideri farla finita, c’è una parte di me che vuole ancora far parte di questa tortura. Patetico.

Mi vesto al buio, sfruttando quella poca luce che passa dalla finestra. Arrivato alla porta, con cautela e senza far troppo rumore, mi avvicino allo spioncino. Osservo intontito, e non riesco a crederci. Mi allontano un attimo e vado in bagno a lavarmi la faccia. Il bussare non cessa, e aumenta l’insistenza dell’uomo, che non può essere lui. Non deve essere lui, e non può assolutamente essere lui. Non avrebbe senso.

Ritorno alla porta. Lui sa che sono lì. “Dai, apri questa dannata porta!”. So che se rispondo non si torna più indietro. Ma non posso far finta di niente. Forse dovrei essere grato di questa distrazione, ma me la sto ancora facendo sotto. Dio se adesso mi andrebbe di vedere il soffitto e piangere perché sono solo una merda insignificante.


Timidamente rispondo: “Cosa le serve?”. E senza troppa esitazione ricevo risposte tutt’altro che chiare. “Signora, che cosa le prende? Se aprisse la porta vedrebbe che sono in difficoltà! Le sembra normale che io mi presenti a casa sua, nel cuore della notte, se non ci fosse un motivo valido?”


Sono sempre più confuso. E questo dubbio me lo devo togliere - ora. Una volta per tutte. “Mi scusi, ma chi è lei?”. Ed è qui che avrei voluto svegliarmi, rendermi conto che QUESTO era il sogno, e che sul letto tenevo la mano alla mia cotta del liceo. Invece l’uomo sorride con straffottenza, si appoggia alla porta e beffardo mi risponde. E lo dice. Lo dice veramente: “Sono Bruce Springsteen!”.


Non ci sono dubbi, quindi. The Boss è davanti alla porta di casa mia ad un’orario improponibile e chiede soccorso. A me. Che ieri mi sono masturbato 4 volte perché fuori pioveva e non mi andava di andare a fare la spesa per comprarmi un avocado. Io non so se gioire o maledire questa situazione, ma come mi dice spesso la mia amica Simona: “è meglio aver agito ed essere perdenti, perché chi non fa niente è già un perdente!”. E forse Simona non c’entra nulla adesso, però io sento di voler rischiare e aprire la porta a Bruce Springsteen, perché potrei pentirmi di non averlo fatto. Sono un fifone, ma sono anche disperato, e curioso. Se andrà male, beh… altro materiale su cui lamentarmi. Povera Simona, quanto faccio schifo.

Persino da come giro la chiave per aprire la porta si capisce che emano poca fiducia. Ma ormai la decisione l’ho presa, e così sono lì davanti a questo colosso del rock. Una bestia carismatica che ha venduto 500 milioni di dischi, e io che non ho nemmeno un suo cd masterizzato da farmi autografare. Fanculo Spotify e alla tua musica digitale, che ci dona spazio in casa eliminando plastica inutile, ma non ci lascia il feticcio a cui aggrapparci.

Bruce Springsteen si pulisce le scarpe. Non sullo zerbino, ma su un vaso vicino alla porta. Sfrega la suola con arroganza ed entra senza manco guardarmi in faccia. Temo tutto di lui, e per questa ragione lo lascio fare, sperando che sia lui a dirmi cosa diavolo è venuto a fare alle 5 e mezza del mattino in casa mia.


Quando capisce che orientarsi non gli è facile mi chiede dove si trova la cucina, e io gliela indico subito. Fresco come una rosellina ci va e comincia a frugare. “Dove tieni gli alcolici?”, mi chiede. Quando gli dico che si trovano in soggiorno risbuca dalla porta, si affaccia in una stanza. La indica come a dirmi “è questa?”, e io gli faccio un cenno con la testa.

Comincia nuovamente a frugare, ma questa volta mi faccio coraggio e vado a vedere cosa diavolo gli è saltato in testa. Non può essere venuto qua solo per farsi un goccetto. Rimango in piedi, ed è impossibile non notare una certa delusione mentre recupera e smista bottiglie di vino da 4 euro prese all’MD. La maggior parte sono ormai aceto.


Bruce Springsteen getta la spugna. Mi manda un’occhiata che sa di rimprovero, come se gli avessi promesso chissà quale straordinario elisir. Si lascia cadere sulla poltrona, incrocia comodamente le gambe e guarda verso l’alto in maniera riflessiva.

“Se mi dicesse cosa sta cercando forse potrei darle una mano!”. Ed è qui che realizzo che sto parlando con quello che ha scritto Jungleland; con quelllo che ha permesso a Clarence Clemons di incidere quel solo micidiale di sax. Note che mi aspetterei di sentire se chiamassi Dio al telefono e mi mettesse eternamente in attesa. Quest’uomo ha riprodotto in maniera impeccabile, servendosi di un linguaggio universale, ciò che nessuno sarebbe in grado di comunicare a parole. E lui ora è qua, davanti a me, che ancora non ha manco osato guardami negli occhi. Ma è a casa mia, sulla mia poltrona, che tocca le miei bottiglie e le abbandona con disprezzo sul pavimento.


“Non può essere! Se non è là dove cazzo è?”. Me la rischio: “Se provasse a… descrivermi, a definire con più precisione, magari con un nome… questa cosa che sta cercando, sarei in grado di dirle se la possiedo, ed eventualmente dove si trova.”.


Prima volta che Bruce Springsteen ed io incrociamo lo sguardo. Si alza in piedi, ma non sembra minaccioso. Aver guadagnato la sua attenzione mi provoca una certa insicurezza, ma finalmente potrei dare un senso a questa visita inaspettata. E senza nemmeno accorgermene tira fuori un foglietto, lurido, con il disegno di una bottiglia storta e una serie di note scritte a penna. Incomprensibili.


“Come ti chiami?”

“Enzo”

“Allora Enzo! Io sono una persona ricchissima, mi sono guadagnato da vivere scrivendo alcune delle canzoni più belle mai esistite su questo letamaio che chiamiamo Gaia. Hai capito?”.

Qui comincio a pensare che Bruce Springsteen sia una persona antipatica. “Sì… Certo Signor Bruce Springsteen!”.

Ecco Bravo! Quindi… non penso sia una buona idea lasciare che io esca da questo rudere fino a quando non salta fuori la bottiglia di Emburgo Pasquali D’oltre Molinari!”. E incazzato si volta tirando un secchissimo calcio al tavolino, facendo cadere anche il foglietto che raffigura la bottiglia di cui non ho assolutamente colto il nome. Ora comincio a pensare che sia una persona antipatica, e anche pericolosa.


Approfitto della sfuriata per raccogliere il bigliettino e comprendere meglio di che si tratta. Il foglio sembra strappato da un quaderno, probabilmente usato per fare esercizi di matematica. Dietro si vedono alcune equazioni di secondo grado. La grafia continua a essere indigeribile, tanto che mi viene voglia di chiamare il mio medico e chiedergli perdono. Il disegno sembra fatto da un bambino. Un bimbo molto piccolo. Una serie di freccettine partono da numerosi punti della bottiglia, ma non mi è dato modo di capirne il significato. Distrattamente leggo la parola che fa riferimento al tappo: “Graniola?”.

Bruce Springsteen si volta. Furioso mi sequestra dalle mani il foglietto e mi punta, senza mai toccarmi, il suo dito forzuto e peloso sul volto. Credo sia lo stesso dito con cui per anni ha suonato Born To Run. Vorrei godermi e apprezzare questo momento, ma temo per la mia vita.


“Chi cazzo ti ha detto di leggerlo? Non devi toccare le mie cose - le cose di Bruce Springsteen!”.

Non riesco a parlare. Rifletto sul fatto che mi sono giocato la possibilità di diventare amico di una rock star, e che forse non sia il caso di proporgli di calmarsi un attimo e chiedergli se gli va un cornetto alla marmellata di ciliegie.

Bruce Springsteen si accovaccia sul pavimento, tenendo tra le mani il foglietto. Lo stringe come fosse la foto della figlia morta durante uno sfortunato incidente, e comincia a piangere. Per prima cosa, non so perché, penso che persino lui riesce a piangere, e io no. Sarà che Simona ha ragione. Che io non riesca a piangere perché i miei problemi sono scemenze e quelli degli altri sono molto peggio?

Poi decido di avvicinarmi, ma non mi sogno di toccarlo perché potrebbe attaccarmi al muro. Mi accovaccio pure io. Singhiozzando comincia a parlarmi con più calma e rispetto.


“Tu… tu non sai niente di questa bottiglia. Dell’Emburgo Pasquali D’oltre Molinari?”.

“Non riuscirei a ricordare quel nome nemmeno dopo averlo letto sei volte!”.

“Mi hanno preso per il culo! Non è così?”

“Chiunque le abbia detto che qui c’è qualcosa di prezioso o che possa avere minimamente valore le ha sicuramente mentito! La mia casa l’ha vista…”.

Tra le lacrime insiste: “Ragazzo, dopo tutte quelle belle canzoni che ho scritto, credo di meritarmi anch’io qualcosa dagli altri. Se qui ci fosse questa bottiglia… tu me lo diresti?”.

“Certo Signor Bruce Springsteen! Sono un suo fan e non sa—“.

Non finisce manco di ascoltarmi. Bruce Springsteen si alza, e senza asciugare le lacrime mette in tasca il foglietto, tira fuori un pacchetto di sigarette e se ne piazza una in bocca. Va nella mia cucina e se l’accende coi fornelli, lasciando il gas aperto.


Mentre esce di casa - ovviamente senza chiudere la porta - mi avvicino per verificare che effettivamente non stia per tornare. Lo rifiuterei persino se avesse in mano una chitarra. Sale in macchina, e dallo stereo si sente The River. Quindi, anche Bruce Springsteen, ascolta Bruce Springsteen. Non mi stupisce vederlo uscire dal mio prato alla massima velocità, non prestando attenzione alla casettina di Birillo. Se quel cane fosse ancora vivo ora potrei andare in giro e vantarmi che è stato ucciso da Bruce Springsteen.


Il sole sta sorgendo, e mi mette una tale tristezza che finalmente una lacrima mi bagna il viso. Sto cominciando a sfogarmi, ma i rubinetti sono già chiusi. Rientro a casa e non so se fare colazione o mettermi a letto. Scelgo di sedermi dove per pochi minuti Bruce Springsteen ha scelto di posarsi, e ripenso a quali risvolti potrà avere nella mia vita questa invasione.

Allora, per prima cosa sono sicuro che non riuscirò mai più ad ascoltare come si deve una sua canzone. Su questo non c’è bisogno di soffermarsi più di tanto. Poi… mi aspetta una settimana in cui non farò altro che raccontare questa storia, se mai qualcuno avrà il desiderio di prestarmi un po’ di attenzione. Ma è molto probabile che nessuno mi crederà. Quello che è successo è un delirio privo di senso, una serie di eventi che forse potevano acquistare credibilità se quell’uomo non fosse stato Bruce Springsteen. Invece…

Oltre questo, mi domande se quanto accaduto mi aiuterà ad affrontare meglio i miei dolori. Se tutto questo trambusto mi ha dato modo di vedere che quei famosi vip, che hanno tutto e non rinunciano a niente, in verità sono messi veramente male. Forse un giorno salirò sul palco di TED Talk a dire “Ah, ho imparato a gestire la mia vita da quando Bruce Springsteen mi è entrato di notte in casa e mi ha minacciato fino a mettersi a piangere per una bottiglia che probabilmente non è mai esistita!”.

Chi l’ha mandato a casa mia? Sarà stata Simona per darmi una lezione? Potrei raccontare questa storia a mio fratello nella speranza di riappacificarci? Mentre questo evento continua a monopolizzare il mio passato - nonostante la relazione sia piuttosto scarsa - comincio a sentirmi sempre più stanco e intontito. E la mente si perde. Il minestrone delle ultime ore trascorse mi rimbomba nella testa, e mi sembra di sentire ancora Bruce Springsteen. Ma questa volta a produrre baccano non sono i suoi pugni virili contro la mia debole porta; impugna la chitarra e finalmente si comporta come dovrebbe.


Fiero, nella versione che ricordo nei suoi storici concerti, intona un’inedita versione di Waitin’ On A Sunny Day. Una dedica, un augurio, un incoraggiamento. Io sono alla finestra, e miracolosamente mi concede un sorriso. Con quella sua energia, il suo invidiabile carisma e talento ineguagliabile mi sta dicendo di avere pazienza. Che un giorno mio fratello mi vorrà nuovamente bene. Che un giorno sarò pronto a dare e ricevere amore. Che tutto andrà bene. Che sarò nuovamente felice. E io ci sto credendo tantissimo.


Gli occhi sono chiusi, e dopo tanto posso cadere in un sonno profondo. Un sonno da cui però non mi risveglierò mai più. Senza rendermene conto scivolo via dal mio corpo, e abbandono tutti e tutto lasciando la mia storia incompleta.


Nessuno saprà mai che quella notte, Bruce Springsteen, venne a farmi visita.


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